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MAW – Recensione

MAW - Recensione

Maw ci presenta una storia di dolore, vendetta, rabbia. Una storia dura, sofferta e che non può non far riflettere.

MAW – La nostra recensione

La vicenda si apre presentandoci due sorelle, Marion e Wendy, che si recano ad un ritiro per il potere femminile. Qui saranno accolte da una comunità spirituale e bucolica, di cui, pian piano, scopriremo un lato oscuro e mostruoso. 

Così come scopriremo il lato oscuro del passato di Marion, le violenze che ha subito e che l’hanno profondamente segnata. Il contrasto con la sorella, che dichiara di avere una vita “tutto sommato facile”,  è reso anche visivamente. Wendy, che sembra portatrice di un’esistenza leggera, è molto colorata e chiara. Marion, al contrario, è vestita tutta di nero, come se rimarcasse il suo dolore tramite il suo aspetto. 

Ma siamo davvero sicuri che Wendy non abbia mai subito violenza? Che la sua vita sia così “facile e rosea” come la descrive?

La comunità per il risveglio del potere femminile obbligherà le due sorelle a fare i conti con il proprio passato e con la realtà della quotidianità. Wendy scoprirà che forse non sono tutti così buoni con lei come le è sempre sembrato e che, forse, la sua vita non procede in modo così semplice come credeva. 

Il suo personaggio tocca e mette in discussione tematiche importanti, quali la maternità, l’equilibrio casa-lavoro, la questione dell’identità femminile e delle aspettative sociali.

Wendy rappresenta una violenza silenziosa, subdola, che non si presenta apertamente, ma rinchiude in gabbie altrettanto forti. Marion, d’altra parte, che incarna il cuore della storia, ci porta a confrontarci con la violenza esplicita, forte, brutale. Durante il soggiorno, dovrà affrontare ancora una volta lo sguardo e il ricordo delle violenze subite, della rabbia che la soffoca e la divora. 

Ci porterà a chiederci se possono davvero esistere perdono e giustizia. C’è possibilità di redenzione per i colpevoli? O forse è troppo tardi e rimane solo la rabbia?

Con un tono onirico e macabro, Maw ci mette di fronte ad un tema quanto mai, purtroppo, attuale, senza affrontarlo in maniera banale. 

La narrazione ci mostra un lato rabbioso, mostruoso, deforme, deviato, quasi folle che emerge dalla comunità di donne. E, così facendo, ci mostra quanto profondamente può segnare il dolore e quanto difficile sia sopravvivere. Ci pone di fronte alla questione della giustizia dal punto di vista di chi non è stata ascoltata, creduta, aiutata. Quella mostruosità che vediamo, in scene molto forti e violente, seppur mai completamente esplicite, serve per risvegliare la nostra coscienza. Maw è come uno schiaffo: la sua ambientazione onirica porta un messaggio che invece ci forza ad aprire gli occhi sulle conseguenze della violenza e sul pericolo di non intervenire.

I personaggi di Maw, anche quelli secondari, non sono mai banali. Di ognuna scopriamo un pezzetto di storia e un dolore diverso, a ricordarci che il dolore è privato, intimo, personale, che non possiamo capire mai fino in fondo quello che non abbiamo passato e, per questo, dobbiamo ascoltare con attenzione. Ci ricorda che il dolore e la violenza hanno molte sfaccettature e che la sofferenza non va mai banalizzata. 

In una vicenda che prende pieghe soprannaturali e si intreccia con un culto legato alla natura, ci mostra una comunità di donne che decide di affrontare quelle ferite, il dolore e le rabbia che ne derivano, come gruppo, insieme, facendosi forza l’un l’altra. Marion diventa lei stessa canale della rabbia e del dolore collettivo, trasformandosi in una creatura selvaggia e via via più animalesca.

Per troppo tempo le loro voci, il dolore, la rabbia, l’umiliazione, sono stati ignorati e ora possono trovare sfogo solo in una feroce vendetta. Attraverso un turbinio di gesti estremi e folli, Maw ci rivela come tutto sia connesso.

Ognuno ha un ruolo ed è intrecciato con gli altri, ponendo così una questione fondamentale: la violenza non è solo individuale, ma sistemica. Maw rimarca come la colpa non sia solo di chi agisce, ma anche di chi finge di non vedere, si tira indietro e decide di non intervenire davanti alle ingiustizie.

Lo stile grafico si sposa perfettamente con i toni della vicenda. La palette cromatica si adatta ai luoghi. Il mondo fuori dalla comune ha colori più spenti, mentre la manifestazione del potere femminile è rappresentata con colori pieni, saturi e vivaci.

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